Dopo l’anno Mille, il mondo parve risvegliarsi a nuova vita; e il
progresso della civiltà, che pareva essersi assopito e fermato
riprese. La vita acquistò un piacere nuovo e nuovi orizzonti si
schiusero all'arte, alla maniera di vivere e quindi al costume.
Sorgeva un'arte nuova, detta Romanica, perché germogliava dal
vecchio tronco dell'arte romana.
Essa nacque infatti in Italia e con caratteri locali,
originari, indigeni: l'architettura sfuggì ai fasti cromatici dei
monumenti bizantini, cercando e ritrovando nelle semplici arcate
delle nuove cattedrali la bella proporzione e l'equilibrio già
appartenuti ai monumenti dell'età classica.
Un aspetto tipico della rinascita dell'arte dopo il Mille
si manifestò nei monasteri e nelle stesse case patrizie, dove
fu coltivata e ove si diffuse l'arte delicata del ricamo e della
tessitura svolta con umile e docile dedizione.
Le suore silenziose con mistico fervore ricamavano l'abito
riservato alle spose di Cristo che portavano allora un manto di
porpora prezioso di ricami e pietre.
E sempre nei monasteri si ricamavano i manti dei sovrani e
le coltri e i piviali di seta scarlatta, di damasco su trama d'oro,
adorni di melograni e di ghirlande di fiori stilizzati a sei petali
e chiusi in arabeschi fatti di piccole perle.
Fin dal XII secolo i Re e i Cardinali vestirono di viola che da
allora è il colore del lutto liturgico.
La religione era pur sempre il polo della vita medievale e
quindi presiedeva a ogni manifestazione: politica, arte, cultura,
civiltà, costume.
Anche nell'abbigliamento le fogge bizantine furono presto
superate; il costume iniziò a snellirsi, ammorbidirsi, a scoprire
finalmente un po' più la figura umana nel tentativo di ritrovarne
la grazia ed il movimento naturale.
In Italia le donne ebbero una tunica con maniche abbastanza
aderenti ed una sopravveste con maniche ampie di colore
contrastante; solo l'orlo della sopravveste veniva ricamato mentre
la scollatura si allargava sensibilmente in leggiadri tagli
quadrangolari.
Le fogge della veste erano variate e accompagnavano la figura
con grazia, come le acconciature che guarnivano il viso e la testa.
Le giovani donne infatti portavano le chiome disciolte o
raccolte dolcemente in trecce e cingevano la fronte con piccoli
diademi.
La veste era generalmente stretta in vita ed ampia al fondo
della gonna, con o senza cintura; talvolta le cinture erano due,
una in vita ed una a fasciar le anche.
Le maniche delle sopravvesti erano decorate da intagli.
Le calzature femminili erano scarpette piatte e a punta in
feltro in raso.
Il soprabito era una corta mantella, mentre la testa era
coperta con cuffie di lino, bianche, simili a quelle ancora
portate dalle suore, con sciarpe che fasciavano il viso.
Comparve anche la prima borsa da donna, detta scarsella una
sorta di tasca sospesa alla cintura, che talvolta adottarono anche
gli uomini...
I menestrelli, allora in voga, amavano fogge audaci e bizzarre come tuniche multicolori, a fasce guarnite di smerli e di campanelli.
I cavalieri avevano corte tuniche aderenti con maniche pure
aderenti e chiuse da bottoni, i quali apparivano per la prima
volta nella storia del costume: su quelle tunichette, essi
ponevano un indumento aperto ai fianchi, sciolto, chiuso al collo
da un colletto a pistagna e detto scapolare. La scapolare aveva sul
petto uno stemma ricamato, in oro e in argento, che denunciava il
casato del cavaliere.
Il costume militare fu quello reso famoso dai crociati: una
lunga corazza di maglia di acciaio con taglio che lasciava libero
il passo, guanti e calze dello stesso materiale.
La corazza era detta usbergo e vi si appoggiava una
tunica-mantello detta cotta con guarnizioni che rappresentavano
imprese araldiche.
L’elmo, calzatissimo, posava sulle spalle lateralmente e
aveva aperture orizzontali in direzione degli occhi e della bocca.
Sulla cotta, da una cintura di cuoio pendeva una guaina per
la spada.
Anche i cavalli dei crociati ebbero una specie di cotta,
lunga e decorata.
I crociati francesi sull’armatura usavano un mantello bianco
con una grande croce rossa sul petto.
Per le vesti degli uomini i colori del tempo furono
soprattutto i verdi scuri, i bruni, i grigi scurissimi, il
miele, il rosso, l'arancione. I capelli li portavano piuttosto
lunghi e radevano la barba.
Le scarpe erano in genere stivaletti leggeri di feltro,
suolati in cuoio; talvolta le suole di cuoio venivano unite alle
calzebrache, per cui queste divenivano scarpe-calze-brache.
Gli uomini poveri indossavano una semplice tunica
corta con una cintura di cuoio con fibbia, calze-brache, e scarpe
rudimentali in feltro.
La civiltà italiana aveva allora il suo centro in Toscana.
Il primato artistico che Firenze acquistò derivava anche
dall'abilità finanziaria e nei commerci; e la sua perfezione nelle
arti era data dall’affinamento del suo straordinario artigianato.
A Firenze gli scalpellini divenivano architetti, i gioiellieri
cesellatori e scultori, i suonatori di chitarra compositori.
Firenze non era una città marinara come Genova e Venezia, ma
aveva ugualmente le sue navi mediante le quali importava lana
dall'Inghilterra e seta dalla Spagna.
Intrepidi e arditi i fiorentini viaggiavano per il mondo e
avevano i loro banchi fino all'estremo dell'Africa, ogni loro
stoffa veniva controllata in base al suo valore.
Fecero abiti e stoffe di così grande pregio da dover essere
destinati ad un lungo impiego, infatti venivano trasmessi di madre
in figlia per più generazioni, senza provvedere alla necessaria
igiene, si viveva infatti in un epoca in cui la pulizia e a la cura
del corpo umano erano totalmente trascurate, mentre si dava molto
rilievo all’aspetto esteriore e ufficiale.